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Storia della La Val di Fassa

La Val di Fassa è uno di quei luoghi privilegiati dove la Natura si è sbizzarrita a concedere doni di straordinaria bellezza, dove l'incontro tra uomo e natura assume il massimo significato. Adagiata nel cuore delle Alpi, la valle è contornata dalle montagne più famose del mondo, le Dolomiti. E infatti Val di Fassa è praticamente sinonimo di Dolomiti: dalla regina del Gruppo, la Marmolada, al Catinaccio (Rosengarten per i germanici) eletto dalle leggende a dimora di Re Laurino, al Sassolungo, per citare i massicci più importanti. Vette magiche raccontate da mille leggende, montagne abitate dai Ladini, il fiero popolo da duemila anni padrone delle Dolomiti, oggi minoranza etnica tutelata nella propria lingua, cultura e tradizioni.  E' quello che i ladini chiamano Enrosadira, letteralmente il 'diventare di color rosa, un fenomeno straordinario per cui le pareti rocciose delle Dolomiti, data la loro peculiare composizione di carbonato di calcio e magnesio, assumono al calar del sole, in giornate caratterizzate da un'atmosfera particolare, una colorazione rosa che passa gradatamente al viola. Fin qui le spiegazioni scientifiche. Ma è forse più suggestivo credere alle leggende dei 'Monti Pallidi', che narrano del magico regno del popolo dei nani governati da Re Laurino che, sul Catinaccio, aveva il suo splendido giardino, tutto coperto di rose. Il buon Laurino aveva una bellissima figlia, Ladina, che viveva felice nel suo magnifico regno insieme all'amorevole padre. Un giorno il Principe del Latemar, incuriosito dalla presenza di quelle stupende rose in un luogo tanto aspro e selvaggio si inoltrò nel regno di Laurino, vide Ladina, se ne innamorò perdutamente e decise di rapirla e portarla con sé sul Latemar per farne la sua sposa. Laurino, disperato per la fuga della figlia, maledisse i fiori che lo avevano tradito rivelando la posizione del suo regno e ordinò che le rose non fiorissero più, né di giorno né di notte. Ma aveva dimenticato il tramonto. Ecco perché, ancora oggi, a quell'ora del giorno, sulle splendide montagne della Val di Fassa fiorisce l'Enrosadira.

La Val di Fassa ha conosciuto nel corso dei secoli vicissitudini che ne hanno profondamente segnato la storia e che hanno contribuito a forgiare l'orgoglioso temperamento dei valligiani. Il passato della Val di Fassa è fatto di duri sacrifici, di stenti e privazioni, quando gli abitanti erano costretti a lottare contro una natura parca di risorse per trovare il sostentamento quotidiano. Sono questi gli anni dell'emigrazione stagionale, soprattutto da parte di pittori e decoratori, una delle attività tipiche dell'alta Val di Fassa. Sono questi gli anni in cui gli uomini, caricatisi la misera attrezzatura da pittore sulle spalle, affrontavano un impervio viaggio attraverso i passi dolomitici e le Alpi verso la vicina Austria, dove la loro opera era particolarmente richiesta per decorare abitazioni, chiese, capitelli. Un viaggio di cui esistono ancora notevoli testimonianze lasciate dai pittori lungo la strada: iscrizioni, disegni, messaggi, come quelli che si trovano nella Krimmler Tauernhaus, un rifugio alpino sulla strada per Salisburgo, che raccontano della sofferenza di chi era costretto a lasciare la propria casa e la propria valle per garantirsi la sopravvivenza.

Eppure quella stessa natura tanto avara di risorse dal punto di vista agricolo era destinata a fare la fortuna della valle. Furono gli studiosi i primi a scoprire la Val di Fassa: geologi, botanici affascinati dall'unicità di questa valle, straordinaria dal punto di vista geo-morfolofico con formazioni rocciose di straordinaria bellezza e di grande interesse scientifico, per la presenza di varietà mineralogiche uniche al mondo. Dal 1800 in poi si susseguirono viaggi di studio che, in breve, portarono all'esplorazione alpinistica, principalmente di marca tedesca ed inglese, con cui si iniziò a divulgare in tutto il mondo l'insolito e stupendo paesaggio alpino rappresentato dalle Dolomiti. Nel giro di alcuni decenni la Valle di Fassa divenne meta ambita per gli scalatori di tutta Europa e con la costruzione di strade migliori e collegamenti con il fondovalle si assiste ad una rapida crescita del turismo a cominciare dai primi anni del '900. Sono questi gli anni di un turismo d'élite, quando pochi privilegiati potevano salire in Val di Fassa per godere dell'unicità del paesaggio, della bellezza ineguagliabile di questa valle aspra e selvaggia, per salire lungo le vie più affascinanti delle vette dolomitiche accompagnati da guide diventate famose in tutta Europa, primo fra tutti Tita Piaz, il Diavolo delle Dolomiti. Ma sono anche gli anni in cui si gettano le basi per il futuro, con la costruzione di rifugi alpini, alberghi e locande. L'economia turistica diventa un fattore importante tra le due guerre e continua a crescere e svilupparsi fino alla realizzazione dei primi impianti di risalita e il boom del turismo invernale. Una crescita che non si è mai fermata e che ora fa della valle di Fassa una delle stazioni di punta del turismo estivo ed invernale. La lunga tradizione di ospitalità della valle è la migliore garanzia di servizi efficienti e strutture all'avanguardia; l'unicità del paesaggio, la bellezza delle montagne che circondano la valle, dei suoi boschi, dei suoi laghi e dei suoi paesi rappresentano la certezza di trascorrere delle vacanze indimenticabili a stretto contatto con la natura incontaminata della Val di Fassa.  

La Storia

Fino ad epoca recente era diffusa tra gli studiosi  la convinzione che la Valle di Fassa non sia stata abitata in modo stanziale fino al 1000 D.C. In questi ultimi anni tuttavia alcuni ritrovamenti archeologici hanno permesso di delineare un quadro totalmente diverso visto che è stato appurato che le prime tracce della presenza umana in Valle di Fassa risalgono al Mesolitico (ca. 8000-5000 anni a.C.), quando i cacciatori provenienti dall'area padana e pedemontana cominciarono a penetrare attraverso i valichi alpini e le vaste praterie, lasciate libere dal ritirarsi dei ghiacciai, alla ricerca di selvaggina da cacciare. Testimonianze del loro passaggio sono state rilevate in diverse località della Val di Fassa anche se è solo a partire dal Neolitico che le vallate alpine in generale e la Val di Fassa in particolare conobbero la presenza stanziale di gruppi umani che iniziarono a dedicarsi ad agricoltura e allevamento come dimostrano i reperti risalenti all'età del Bronzo (1800-900 a.C.) rinvenuti Campitello ed a Mazzin.

Gli archeologi confermano la presenza di un'unità culturale nella zona dolomitica a partire dalla II Età del ferro (V sec. A.C.). A corroborare la presenza di insediamenti stabili sono i resti di un castelliere retico sul Col de Pigui nei pressi di Mazzin. I Reti, popolo misterioso e di oscura origine, hanno lasciato diverse tracce della loro civiltà rurale in un'area che si estendeva dalle sorgenti del Reno, fino alla valle dell'Inn, dalla Val d'Adige alla zona dolomitica e il castelliere di Mazzin rappresenta appunto un tipico insediamento fortificato retico. Si tratta di un piccolo villaggio, circondato da un massiccio vallo di difesa, all'interno del quale si trovavano le abitazioni in legno dove sono state ritrovate numerose suppellettili in ceramica, macine, monili e punte di giavellotto. I Reti non costituivano un'unità politica ma erano organizzati in libere comunità di pastori e agricoltori, legate da vincoli linguistici e culturali. La civiltà retica fu presto assorbita dai Romani dopo la conquista militare dell'intera regione da parte di Druso e Tiberio con la guerra retica (15 a.C.). l'annessione della Rezia all'Impero Romano portò alla diffusione del latino tra la popolazione indigena che originò nel corso dei secoli la lingua ladina o retoromanzo. Tracce del sostrato retico nella lingua ladina si trovano ancora nella toponomastica anche se il ladino ha conosciuto una profonda evoluzione a causa dell'apporto delle lingue di contatto, in particolare dei dialetti tirolesi e alto-italiani.

E' probabile che la Comunità di Fassa abbia le sue origini proprio nelle forme organizzative delle popolazioni insediate sul territorio fin dall'antichità. Dopo la romanizzazione tali comunità giunsero ad un assetto definitivo delle proprie istituzioni in epoca longobarda, caratterizzandosi come comunità autonome. Esistono infatti notevoli tracce dell'ordinamento longobardo, come ad esempio l'istituto della "Masseria di corte", che in Fassa aveva la sua sede nella "Torn" di Vigo. Il Massaro aveva il compito di amministrare il bene comune e di garantire un certo ordine giudiziario all'interno della "degania", che era la più piccola ripartizione del ducato longobardo. L'ordinamento della Comunità di Fassa affonda dunque le radici nell'organizzazione politica e militare longobarda e nomi come "scario", "gastaldo" e "degano" lo confermano indiscutibilmente.

Verso l'VIII o IX secolo la Comunità di Fassa passò nell'area di influenza del Vescovo di Sabiona-Bressanone e quando quest'ultimo assunse, per volere dell'Imperatore, anche il potere temporale, la Comunità di Fassa rimase entro i confini del Principato Vescovile brissinese, senza comunque rinunciare alle antiche libertà e consuetudini comunitarie, che i fassani difesero contro ogni tentativo di feudalizzazione. Le comunità di pastori e contadini si basavano sulla proprietà collettiva di vasta parte del territorio, in particolare i boschi e i pascoli di alta montagna che costituivano il "Ben Comun" della valle, ovvero un patrimonio indivisibile amministrato autonomamente secondo consuetudini di antica origine delle comunità di villaggio, organizzate in Regole e Vicinìe. L'intero territorio era diviso in sette regole, che formavano la Comunità Generale di Fassa, responsabile delle questioni di interesse comune.

Gli affari di ordine giuridico-amminsitrativo erano affidati al Vicario-Giudice, rappresentante del Principe Vescovo, mentre il potere politico-militare era gestito dal Capitano, che curava i rapporti tra Vescovo e Comunità, attraverso l'opera dei Procuratori, suoi legittimi rappresentanti.

In epoca moderna la Val di Fassa condivise il destino storico delle altre vallate ladine all'interno dell'Impero asburgico. Con le guerre napoleoniche vennero a cadere molti dei privilegi goduti fino ad allora dalla Comunità e, una volta soppressi i principati vescovili, la Val di Fassa venne definitivamente aggregata alla Diocesi di Trento. 

La Val di Fassa rimase nell'orbita asburgica fino allo scoppio della prima guerra mondiale che portò grandi sconvolgimenti in tutta l'area dolomitica e segnò profondamente la vita dei paesi che si vennero a trovare proprio sulla linea del fronte. Dopo un periodo di relativa tranquillità durante il regno di Francesco Giuseppe d'Asburgo, Fassa si ritrovò all'improvviso al centro di forti tensioni e ostilità, a causa dei conflitti tra irredentisti italiani e i nazionalisti germanici che rivendicavano l'egemonia sulle comunità ladine. Allo scoppio della guerra, nel 1914, molti dei giovani fassani furono mandati dall'esercito austriaco a combattere sui fronti orientali, in Polonia e in Galizia, dove il tributo di caduti fu particolarmente pesante. All'ingresso in guerra del regno d'Italia, nel 1915, la Val di Fassa si ritrovò a ridosso del fronte e la popolazione civile conobbe tutti gli orrori e gli stenti della guerra. Una lunga teoria di trincee si snodava lungo tutta la valle, dalla Marmolada, alle alture di Costabella, Juri Brutto e Cima Bocche, dove sono tuttora visibili i segni di aspre battaglie, con trincee, fortificazioni, reticolati, camminamenti. Numerosi sono infatti i percorsi che consentono di fare un viaggio a ritroso nel tempo, per scoprire la durezza della guerra in alta montagna, dove il freddo, la neve e le terribili asperità che i soldati dovevano superare, mieterono più vittime dei combattimenti stessi. La guerra di posizione combattuta a tremila metri di quota tra l'esercito austriaco e quello italiano ha dunque lasciato segni tangibili di questa immane tragedia e un'escursione lungo la linea del fronte potrà servire a dare almeno un'idea delle terribili condizioni in cui i soldati erano costretti a sopravvivere. 

Con la fine della prima guerra mondiale e il passaggio sotto il Regno d'Italia, inizia in Val di Fassa il lento ma costante sviluppo turistico che in pochi decenni ha cambiato radicalmente l'economia della valle fino a trasformarla in un vero e proprio paradiso per le vacanze all'aria aperta. 


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